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Museo Canova

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Museo Gipsoteca Canova

Le statue antiche erano colorate: Canova lo sapeva?

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Ci scrive Manuela:

Ho letto sul domenica del Sole 24ore che le statue antiche non erano bianche ma colorate e policrome. Non è menzionato Canova nell'articolo (di S. Settis) ma mi vien da pensare che solo dal tardo Ottocento si venne a conoscenza che le statue greche fossero colorate e che quindi Canova non avesse neppure la vaga idea di colorare i suoi marmi al modo antico. Suppongo correttamente?

Risponde: Giancarlo Cunial

Cara Manuela, ho letto con vivo interesse il "pezzo" di Salvatore Settis sulla Domenica del Sole 24Ore del 10 febbraio 2013 sulla policromia delle opere in scultura antiche. L'articolo è uscito in occasione della mostra  "Ritorno al Classico", aperta a Francoforte fino al 26 maggio. "La percezione dell’arte greca - scrive Settis - fu legata per secoli al nitore di pietre e calchi in gesso. Ma le scoperte archeologiche dell’Ottocento provarono che le sculture erano dipinte e ciò ha provocato curiose reazioni".   Settis ricorda le reazioni alla scoperta della diffusa policromia greca nei testi del critico William Henry Leeds (1786-1866), nel Foreigh quarterly review nel 1836-37. A quell'epoca, Canova era già morto e sepolto. Ma Settis ricorda giustamente che il termine "policromo", riferito proprio alle statue antiche, nasce prima: viene infatti coniato (nel 1806) da quel grande critico d'arte   Quatremère de Quincy (Parigi, 28 ottobre 1755 – 28 dicembre 1849) amico di Canova con cui tenne un pluriennale sodalizio epistolare. L'opera in cui Quatremère inserisce il termine "polychromie" è il Giove (Le Jupiter Olympien ou I'Art de la sculpture antique considere sous un nouveau point de vue, la cui prima bozza era già pronta nel 1805, successivamente rivista nel 1806 - anno in cui appunto usa il termine "policromia", completata nel 1814 e pubblicata a Parigi nel 1815, in formato folio con alcune illustrazioni dipinte). Il volume di Quatremère, nella edizione pregiata del 1815, era presente nella biblioteca di Canova che possedeva pure il volume  di Leopoldo Cicvognara, Estratto dell'Opera "Il Giove Olimpico", uscito a Venezia nel 1817 per l'editore Picotti, e dedicato - guarda il caso - all'"Amico  dolcissimo Sig. Marchese Antonio Canova" (si veda il volume di Giuseppe Pavanello, La Biblioteca di Canova, Possagno 2007).  Quindi Canova sapeva, grazie alle ricerche dell'amioco Quatremère (e grazie alla sua continua collaborazione con antichisti, scavatori, archeologi, antiquari, collezionisti, data la sua carica di "sovrintendente" alle Antichità dello Stato della Chiesa che il papa Pio VII gli aveva conferito) che la scultura in origine era quasi sempre policroma, cioè colorata, in particolare la scultura greca che fu da modello non solo per Canova ma per tutta la scultura occidentale, dal Cinquecento in poi. I pigmenti però si attaccano con grande difficoltà alla pietra e tendono a svanire col tempo. Le statue medievali erano quasi sempre colorate, come lo erano nell'antichità, ma nel Rinascimento, quando si iniziò a riscoprire il valore dell'arte antica, si presero come modello statue marmoree antiche che ormai non avevano più traccia dei colori originali. Per cui dal Rinascimento in poi i marmi furono per lo più bianchi, anzi per ovviare al difetto delle pupille bianche, che in antico venivano riempite con la pittura, si inventò di fare dei solchi negli occhi (per rimarcare le obite) o dei fori (per le pupille) in modo che vi apparissero ombre nere. Tracce di policromia rimanevano anche nel Rinascimento: il David di Donatello ad esempio era decorato da molte dorature, che davano l'effetto del colore. Ma Michelangelo non colorò mai le sue sculture, né Bernini, né tantomenoThorvaldsen (almeno da quanto ne sappiamo finora): nel Settecento, anzi, lo stile neoclassico  affermò il biancore del marmo come la forma più pura dell'espressione scultorea, credendo (erroneamente) che gli antichi Greci avessero scolpito sempre statue prive di colore. Per questo, quando studiosi moderni, a cominciare dal  pittore e scultore Joh. Martin von Wagner (1777-1858) - la cui opera, Bassorilievi antichi della Grecia, stampata a Roma nel 1814 in formato folio con le belle incisioni dallo stesso Wagner disegnate e passate a lastra da Ruscheweih, era anch'essa nella biblioteca di Canova - hanno dimostrato inequivocabilmente che tutte le statue antiche erano colorate (e con colori molto accesi e brillanti) e non solo le statue ma anche i templi (penso a quelli di Selinunte studiati dall'archeologo e intellettuale  franco-tedesco  Jakob Ignaz Hittorff che nel 1830 pubblico Architecture polychrome chez les Grecs), è stato uno shock nel mondo della storiografia artistica, poiché significava trovarsi davanti a un'estetica diversissima da quella a cui eravamo abituati: bisognava in qualche modo riscrivere parte della storia dell'estetica classica fino ad allora tracciata (da Winckelmann in poi, ma non solo) e chiarire un equivoco durato per secoli. E Canova? Il problema resta aperto, ma Canova a Possagno - da questo punto di vista - ci riserva più di una sorpresa: a parte i tre modellini in gesso dipinto che si trovano in Casa dell'artista, lei saprà della passione che aveva Canova nel cospargere sulle epidermidi scoperte  delle figure in marmo femminili (braccia, seno, gambe ecc) acqua di rota e cera d'api per rendere il colore del carnato nelle statue.... E questa non la chiama policromia? Mi dirà che Canova faceva questo perché richiamato dal colorismo veneto e dalla sua passione per la pittura. Sarà. Ma il colore nelle statue di Canova c'era.